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Archivio mensilemarzo 2018

In the (GLENN MILLER) Mood

Il trombonista, direttore d’orchestra e compositore statunitense tra i più celebri di tutti i tempi, nacque a Clarinda, Iowa, il primo marzo del 1904. Troppo riduttivo definirlo semplicemente musicista, Glenn Miller è un’icona della swing era, uno di quelli in cui il dna si è aperto da doppia elica a formare uno spartito. Un artista che come pochi altri ha segnato la storia della musica del Novecento: ma chi era quest’americano che vinse il primo disco d’oro della storia? E soprattutto, quali furono le ragioni per cui quella musica si è fatta –per dirla alle odi di Orazio – aere perennius?

Sono tantissimi oggi gli elementi che abbiamo su di lui, utili a ricostruirne una biografia, come per esempio il fatto che studiò nel Colorado e che iniziò a suonare il trombone nell’orchestra di Boyd Senter. Tracciare il profilo di un personaggio su cui sono stati versati fiumi d’inchiostro, non è semplice, soprattutto se l’intento non è quello riportare dei contenuti preconfezionati e già letti. Checché se ne dica, non è comunque possibile prescindere da alcuni aspetti che hanno segnato la vita e la carriera di un personaggio grazie al quale qualcosa, di “più duraturo del bronzo”, ha preso vita. Stiamo parlando di una musica che non teme il pronunciarsi della parola “fine”, in grado di sfidare il tempo e il suo trascorrere inesorabile, e che su di esso trionfa rompendo definitivamente gli schemi di un’inevitabile caducità. Ma lasciando da parte riflessioni dalle quali potrebbero partire innumerevoli considerazioni pindariche, torniamo a concentrarci su quell’americano doc e al suo stile divenuto ormai un “classico”.

Il vero successo per Glenn Miller arrivò nel 1938, anno di consacrazione della Glenn Miller Orchestra, formata da un clarinetto e un sassofono tenore impegnati nella melodia e altri tre sassofoni per l’armonia. La sostanziale differenza con gli altri grandi autori del suo tempo (o a lui precedenti), gli attirò non poche critiche da parte dei puristi, soprattutto a causa del fatto che introdusse gli spartiti fissi. Questo, se da una parte aveva permesso l’incentivarsi di brani che fossero prima di tutto orecchiabili e ballabili, aveva dall’altro “irrigidito” gli schemi lasciando ben poco spazio all’improvvisazione, i virtuosismi e la spontaneità del jazz delle origini. Miller infatti rese la partitura completa anche delle variazioni e dei “solo” in una sorta di goldoniana rivoluzione dal canovaccio al copione. Parliamo quindi di struttura anche in termini ritmici, quindi senza cambi repentini o improvvisi, nonostante uno swing comunque calzante. Agli americani piacque molto questo stile dolce, morbido e che faceva venire voglia di ballare. “Moonlight Serenade” (registrata il 4 aprile 1939 negli studi discografici della Bluebirds Records  e composta nel 1926), “Chattanooga Choo Choo” e “In the Mood” (divenuta quasi “colonna sonora” di un’intera epoca) sono solo alcuni dei brani che compose e che gli permisero di raggiungere un successo senza precedenti. La musica, pertanto, diviene davvero uno strumento di spettacolo e divertimento.

Nonostante il successo raggiunto, la sua vita fu breve, perché morì a soli 39 anni in circostanze ancora non ben definite. Mentre trasvolava la Manica su un piccolo aereo militare (si era arruolato volontario nell’aviazione degli Stati Uniti nel ’42 e, con il grado di capitano, fu messo a capo di un’orchestra militare), Miller, nel tentativo di raggiungere Parigi, scomparve. Doveva infatti arrivare nella capitale francese per omaggiare i soldati che da poco l’avevano liberata. Ma non arrivò mai in quel luogo, il suo corpo è stato dato per disperso, anche se molti anni dopo un giornalista tedesco avanzò l’ipotesi –secondo scoperte attinte dai servizi segreti- che non solo il compositore arrivò a Parigi ma che la sua morte sia da attribuirsi ad un arresto cardiaco avvenuto tra le braccia di una prostituta. In realtà la teoria fu smentita da Robert Baker, all’epoca dei fatti pilota di Miller, sia per quanto riguarda l’arrivo a Parigi, sia perché era da escludersi il fatto che andasse con le donne dei bordelli. E come un vero eroe nazionale la tesi più accreditata, resterebbe dunque quella che sia rimasto vittima del fuoco britannico durante un’incursione aerea

contro i tedeschi.

Oggi, dalla nascita di colui che amiamo celebrare nella veste di artista eclettico più che come “martire” della sua Patria, sono trascorsi 114 anni e noi abbiamo voluto rendergli omaggio ricordandolo, anche se già sappiamo che nessuno si è ancora dimenticato di lui.